Articolo 18, ancora scontro fra Fornero e sindacati

Il ministro Fornero si dice sorpresa della levata di scudi dei sindacati di ieri di fronte a Montecitorio, ma ci tiene a precisare che il suo era solo un tentativo di tendere la mano per aprire un dialogo. Variegato il discorso politico su questa possibilità.

di Vincenzo Avagnale 20 Dicembre 2011 19:13

Il lavoro sta diventando forse il punto più critico per la legislatura di Monti. Lo sviluppo richiederebbe (secondo Confindustria, l’Europa ed il governo stesso) una maggiore mobilità del lavoro, che secondo il ministro del Welfare Elsa Fornero si tradurrebbe in una modifica sostanziale dell’articolo 18, rendendo il licenziamento con giusta causa un bel ricordo di tempi migliori. Secondo i sindacati invece il punto chiave sarebbe la lotta al precariato e quindi la soluzione  piuttosto che essere una maggiore mobilità, sarebbe una ricerca di maggiore stabilità del posto di lavoro.

Oggi il ministro a Montecitorio si è detta: “dispiaciuta e sorpresa per le reazioni dei sindacati alle mie parole, che volevano essere semplicemente un’offerta di dialogo“. La Cgil però ha insistito sulla linea già espressa ed ha quindi ripetuto: “l’articolo 18 è una norma di civiltà che dice che nessun imprenditore e nessun datore di lavoro può licenziare un lavoratore perché gli sta antipatico, perché ha un’opinione o fa politica oppure fa il rappresentante sindacale. (…) L’articolo 18 ha un potere deterrente che nulla ha a che vedere con la mobilità del lavoro, toglierlo non sarebbe ne responsabile, ne da governo tecnico” ha espresso il segretario del sindacato Susanna Camusso.

Le reazioni dal mondo politico sono abbastanza variegate. Luigi Bersani del Pd ha detto cautamente che il tema del lavoro non deve “stressare il governo, che deve poterlo affrontare senza patemi d’animo. Ora facciamoci il Natale e lasciamo l’articolo 18. Mi pare che c’è già da digerire qualcosa. Il lavoro facciamolo con calma.” Sibillino e distensivo, il suo commento viene accusato anche dall’interno del Pd stesso di vederlo con due piedi in una scarpa, in quanto da un lato è evidente che per sostenere Monti dovrà votare anche un eventuale modifica dell’articolo 18, ma così facendo violerebbe i principi stessi del suo partito.

Pier Ferdinando Casini, Udc, ha invece detto: “non vogliamo scontri ideologici sull’articolo 18, ma non vogliamo che sia considerato un totem.” Il Presidente della Camera Gianfranco Fini ha aggiunto “una delle grandi riforme da fare è quella di limitare al massimo i contratti a termine. Per cui non più questi, ma per i nuovi assunti contratti a tempo indeterminato. In cambio, se per le aziende le cose dovessero andare male, la possibilità di maggiore flessibilità in uscita, possibilità di licenziare che oggi con l’articolo 18 è più complicato.” Posizione insomma che sembra conciliare tanto le richieste del sindacato, quanto quelle del Ministro Fornero.

Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, si è sbilanciato più favorevolmente all’incipit del ministro: “la modifica dell’articolo 18 è uno dei temi che sta nelle richieste dell’Unione Europea. (…) Bisogna assolutamente rispettare quei punti in cui il precedente governo si è impegnato con plauso dei partner dell’euro.

Di Pietro, dell’Idv, è convinto invece del contrario: “l’articolo 18 non si tocca, punto e basta. Si intervenga invece sui contratti di apprendistato.” Ancora più deciso è invece Nichi Vendola, di Sinistra ecologia e libertà, che ha detto: “l’articolo 18 non si tocca, è un argomento tabù perché riguarda la carne viva dei lavoratori e i diritti delle persone.”

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