Stato-mafia, la Consulta: le telefonate di Napolitano vanno distrutte

di Luca Fiorucci 16 Gennaio 2013 11:00

La Corte Costituzionale ha depositato le motivazioni della sentenza con la quale aveva accolto il conflitto di attribuzione sollevato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano contro la procura di Palermo nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Per la Consulta, le registrazioni delle quattro telefonate tra il Capo dello Stato e l’ex ministro Nicola Mancino intercettate indirettamente dai pm palermitani, i quali le avevano definite “irrilevanti” ai fini del processo, “devono essere distrutte, in ogni caso, sotto il controllo del giudice, non essendo ammissibile, nè richiesto dallo stesso ricorrente, che alla distruzione proceda unilateralmente il pubblico ministero“.

Il presidente della Repubblica, infatti, in quanto “supremo garante dell’equilibrio dei poteri dello Stato“, non è mai intercettabile e “deve poter contare sulla riservatezza assoluta delle proprie comunicazioni”, pertanto le sue conversazioni sono inviolabili anche in presenza di reati comuni o se, per ipotesi, contenessero prove di reati gravi. L’unica eccezione potrebbe verificarsi nei casi di reati connessi alla sua funzione, quali l’alto tradimento o l’attentato alla Costituzione, ma la decisione spetterebbe comunque ad un Comitato parlamentare e solo dopo che la Corte Costituzionale lo abbia sospeso dalla carica di capo dello Stato. Negli altri casi, si legge nelle motivazioni, “la ricerca della prova riguardo a eventuali reati extrafunzionali deve avvenire con mezzi diversi (documenti, testimonianze ed altro) tali da non arrecare una lesione alla sfera di comunicazione costituzionalmente protetta del Presidente“.

L’eventuale diffusione del contenuto delle telefonate del Capo dello Stato “sarebbe estremamente dannosa non solo per la figura e le funzioni del Capo dello Stato, ma anche, e soprattutto, per il sistema costituzionale complessivo”. Per la Consulta, rimane comunque ovvio che “il Presidente, per eventuali reati commessi al di fuori dell’esercizio delle sue funzioni, è assoggettato alla medesima responsabilità penale che grava su tutti i cittadini“, ma è inammissibile “l’utilizzazione di strumenti invasivi della ricerca della prova, quali sono le intercettazioni telefoniche“. Inoltre, sempre secondo la Corte Costituzionale,la posizione del Presidente della Repubblica non sarebbe assimilabile a quella del parlamentare: solo il secondo infatti può essere sottoposto a intercettazione da parte del giudice ordinario“, e pertanto i magistrati di Palermo avrebbero “fatto un uso non corretto dei propri poteri” non distruggendo immediatamente le registrazioni delle telefonate intercettate.

Per l’ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, titolare dell’inchiesta sulla “trattativa”,la Corte conferma il principio dell’assoluto riserbo che deve circondare le comunicazioni del capo dello Stato, principio al quale si è sempre attenuta la procura di Palermo, e ribadisce altresì che solo il giudice e non il pubblico ministero può distruggere tali intercettazioni, come da sempre sostenuto dalla Procura”. Ingroia, però, avverte anche che questa sentenza “apre a un ampliamento delle prerogative del capo dello Stato, mettendo così a rischio l’equilibrio dei poteri dello Stato”.

Commenti