Stato-Mafia, la Consulta accoglie il ricorso del Quirinale

I giudici accolgono il ricorso riguardante le intercettazioni delle telefonate tra Napolitano e Mancino: "Vanno distrutte".

di Luca Fiorucci 4 Dicembre 2012 23:46

La Corte Costituzionale ha accolto il ricorso presentato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel conflitto di attribuzioni sollevato contro i pm di Palermo che si erano imbattuti in alcune intercettazioni telefoniche fra il capo dello Stato e l’ex ministro Nicola Mancino nell’inchiesta sulla cosiddetta “trattativa stato-mafia”. La Consulta, accogliendo il ricorso del Quirinale, ha ritenuto che non spettasse alla Procura valutare la rilevanza delle intercettazioni nè omettere di chiederne al giudice la distruzione immediata ai sensi dell’articolo 271 del codice di procedura penale. Quelle intercettazioni, quindi, vanno distrutte perchè “lesive delle prerogative che la Costituzione attribuisce al Capo dello Stato”.

Per conoscere meglio la decisione della Corte Costituzionale bisognerà attendere il deposito della sentenza e le motivazioni, che dovrebbe avvenire presumibilmente a gennaio. Dalla Procura di Palermo, il pm Francesco Messineo si è limitato a dichiarare :”Non credo che si debbano fare commenti allo stato, aspettiamo di leggere il provvedimento“. Il pm Nino Di Matteo, uno dei titolari dell’inchiesta assieme al procuratore aggiunto Antonio Ingroia, ha affermato invece: “Vado avanti nel mio lavoro tranquillo, nella coscienza di aver agito correttamente e ritenendo di aver sempre rispettato la legge e la costituzione.” Il presidente Napolitano ha fatto sapere di aver accolto la sentenza “con rispetto” e di averla attesa “serenamente“.

Dietro il ricorso del Capo dello Stato alla Consulta, c’è la questione di alcune intercettazioni che coinvolgevano anche Napolitano quando le utenze telefoniche dell’ex ministro Mancino venivano tenute sotto controllo dai magistrati palermitani che indagano sulla cosiddetta trattativa stato-mafia. Per l’accusa, Mancino, che nel luglio 1992, nel periodo delle stragi di mafia, divenne ministro dell’Interno, avrebbe mentito sui rapporti tra pezzi dello Stato e la mafia intercorsi agli inizi degli anni novanta, ed è per questo accusato di falsa testimonianza. Nel periodo che ha preceduto l’avvio del procedimento che lo vede imputato a Palermo, ci sono stati contatti tra lui e il Quirinale, in particolare con il consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, poi morto il 26 luglio, e, in alcuni casi, con lo stesso Napolitano. Sarebbero state quattro le telefonate tra Mancino e il presidente, e due volte avrebbe chiamato l’ex ministro, due volte, invece, Napolitano.

Il contenuto di queste conversazioni non è noto, ma la notizia delle telefonate ha posto invece la questione se quelle intercettazioni andassero distrutte o meno e ha poi spinto il Capo dello Stato a sollevare davanti alla Consulta conflitto d’attribuzione nei confronti della procura di Palermo, lo scorso 16 luglio. Il processo sulla trattativa fra Stato e Mafia resta comunque a Palermo, secondo quanto deciso dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini che ha così rigettato le eccezioni di competenza territoriale presentate nelle scorse udienze da alcuni degli imputati. Il gup però non ha ancora deciso sull’eccezione in competenza presentata dall’ex ministro Calogero Mannino e da Nicola Mancino, che aveva invece chiesto il trasferimento dell’udienza preliminare al Tribunale dei ministri.

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