Delitto di via Poma, il pg in Cassazione contro assoluzione di Busco

Il legale dell'ex fidanzato di Simonetta Cesaroni spiega: "Non siamo sorpresi. La settimana prossima la sentenza sarebbe diventata definitiva".

di Stefania Calabrese 18 ottobre 2012 20:30

Una storia che va avanti da 22 anni e di cui ancora non è stata scritta la parola fine. E’ la storia di Simonetta Cesaroni, una ragazza di 20 anni trovata morta il 7 agosto 1990 nell’ufficio presso il quale lavorava, in via Carlo Poma, nel quartiere romano di Prati. Dopo aver seguito una serie di piste infruttuose, i sospetti si sono concentrati sull’ex fidanzato Raniero Busco, in seguito arrestato e poi condannato a 24 anni di reclusione il 26 gennaio 2011.

 
Ma la sentenza della I Corte d’assise d’Appello di Roma del 27 aprile scorso ha ribaltato l’esito del primo processo, assolvendo Busco dall’accusa di omicidio.
L’uomo, ormai quarantaseienne, è attualmente sposato e padre di due figli.
“Per noi questa sentenza rappresenta un grande sollievo. Dimostra che bisogna avere fiducia nella giustizia. Contro Busco non ci sono mai stati elementi. Mai prove. Non credo ci sarà ricorso in Cassazione da parte del procuratore generale”, aveva commentato Paolo Loria, l’avvocato di Raniero Busco riferendosi all’assoluzione incassata in appello.

 
Si sbagliava. Il procuratore generale Alberto Cozzella evidentemente è convinto che sia stato proprio il suo cliente ad infliggere le 29 coltellate che hanno massacrato Simonetta Cesaroni quella sera del ’90, pertanto ha deciso di contestare l’assoluzione.
Nello specifico, il pg ritiene di poter dimostrare tutta una serie di errori commessi durante il processo di appello, in particolare riguardo gli esiti della perizia disposta dai giudici sul sangue rinvenuto sulla scena del delitto, che si è rivelata decisiva per il raggiungimento della sentenza di assoluzione, motivata con la formula “per non aver commesso il fatto”.

 
Il procuratore Cozzella ritiene inoltre che durante il procedimento processuale siano stati ignorati alcuni atti, mentre i periti avrebbero fatto di tutto per smontare il lavoro dei consulenti della procura.
Il ricorso contro la sentenza assolutoria d’appello è motivato dunque dal fatto che questa si fonda sui risultati di una perizia che il procuratore generale ritiene essere colma di contraddizioni, che hanno influito “a cascata” sull’esito del processo, che il pg ritiene di poter confutare.

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