“Mi chiesero di incastrare Amanda”, parla Raffaele Sollecito

La denuncia che il giovane ingegnere fa trapelare dalle pagine di 'Honor Bound' il suo libro in uscita nel Stati Uniti

di Daniela Santoni 19 Settembre 2012 11:23

Volevano che mentissi per incastrare Amanda”. E’ la denuncia che Raffaele Sollecito fa trapelare dalle pagine di ‘Honor Bound’ il suo libro in uscita nel Stati Uniti. Il giovane imputato con l’americana Amanda Knox nel processo per la morte della studentessa inglese Meredith Kercher, avvenuta a Perugia il 1 novembre 2007, era stato condannato in primo grado per omicidio a 25 anni, 26 gli anni che avrebbe dovuto scontare l’americana. In appello, però, lo scorso ottobre è arrivata l’assoluzione, mentre il prossimo 25 marzo si svolgerà il processo in Cassazione.

Il settimanale Oggi, pubblica alcune anticipazioni della verità secondo uno degli accusati: Sollecito parla di una trattativa voluta da un avvocato vicino alla pubblica accusa per convincerlo a dire di non sapere cosa Amanda avesse fatto quella sera: in cambio sarebbe potuto uscire prima dal carcere L’uomo accusato di aver voluto la trattativa, sarebbe il pm Giuliano Mignini che “sarebbe stato disposto anche a riconoscere che ero innocente se gli avessi dato qualcosa in cambio”, riporta un altro stralcio del libro pubblicato da La Stampa.Ma il procuratore di Perugia smentisce subito e categoricamente che qualsiasi trattativa abbia avuto luogo nel caso di Amanda e Raffaele.

Nel libro Raffaele Sollecito parla anche del continuo “martellamento sulle palle” da parte della famiglia. Un giorno il giovane allora studente d’ingegneria prende carta e penna e scrive alla zia Magda, con preghiera di inoltrare al resto della famiglia: “Non ho più la forza di sopportare il vostro desiderio di incolpare Amanda di cose di cui non è responsabile e che non merita”. Sollecito racconta anche la prima sera passata con la Knox, quando la invitò a casa per vedere un film. “Appena mi sistemai vicino a lei – scrive – il film era già bello e dimenticato. Non erano ancora finiti i titoli di apertura che già ci eravamo levati i vestiti l’uno dell’altra. La mattina dopo mi svegliai con Amanda ancora abbracciata a me”.

Il giovane racconta anche le pressioni ricevute durante gli interrogatori. “Dopo quattro anni non ricordo perfettamente l’ordine delle domande e delle risposte…Quello che ricordo bene è il modo, il tono, di quell’interrogatorio, perché mi spaventò a morte, ed ebbe un impatto catastrofico”. Amanda era sotto interrogatorio in un’altra stanza, e Sollecito sentiva “i poliziotti urlarle addosso”, e i “pianti e i singhiozzi” della ragazza. “Pensavo chela Polizia fosse fatta di onesti difensori della pubblica sicurezza, ma questi mi sembrava che si comportassero più come dei banditi”. Ricorda le parole di quella sera: “Se provi ad alzarti e andartene, ti pesto a sangue e ti ammazzo. Ti lascio in una pozza di sangue”

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