Strage in Iraq, uccisi 500 yazidi. Al-Maliki contro il presidente

Ventimila yazidi dei quarantamila intrappolati sui monti del Sinjar sono riusciti a fuggire. Il premier uscente ha schierato le forze a lui fedeli a Bagdad.

di Luca Fiorucci 11 Agosto 2014 10:52

E’ sempre più drammatica la situazione in Iraq, dove, secondo quanto riferito dal ministro dei diritti umani Mohammed Shia al- Sudani, i miliziani dello Stato islamico (Isis) avrebbero ucciso almeno 500 persone della minoranza etnica degli Yazidi, tra cui anche donne e bambini, seppellendoli in una fossa comune, e alcuni sarebbero stati anche sepolti vivi. Trecento donne, invece, sarebbero state rapite e ridotte in schiavitù. Circa 20mila degli almeno 40mila yazidi intrappolati da giorni sui monti del Sinjar, in fuga dai jahidisti, sarebbero invece riusciti a fuggire. Intanto il premier sciita iracheno al-Maliki , nella serata di ieri, ha annunciato alla tv di Stato di voler denunciare il presidente Fuad Masum per aver violato la Costituzione non avendogli ancora affidato l’incarico di formare un governo. Nel frattempo, le forze di sicurezza irachene a lui fedeli, tra polizia, esercito ed unità antiterrorismo, si sono schierate attorno alla “zona verde” di Bagdad, l’area dove si trovano i palazzi del potere.

Nella notte il vicepresidente del Parlamento Haider al-Abadi ha annunciato invece che l‘Alleanza Nazionale Irachena, che comprende i maggiori partiti sciiti, è pronta a nominare un primo ministro, chiedendo in pratica ad al-Maliki di fare un passo indietro. Lo stesso Abadi è ritenuto fra i possibili successori del premier.  Secondo accordi non scritti, la carica di presidente della Repubblica spetta a un curdo, quella di presidente del Parlamento ad un sunnita e quella di primo ministro ad uno sciita: le prime due sono già state assegnate, quella del capo di governo non ancora. Il premier uscente Nuri al Maliki vorrebbe essere confermato per un terzo mandato, ma quest’ipotesi piace sempre di meno, sia in Iraq che in ambito internazionale. Gli Stati Uniti ora si sono schierati con il presidente Fuad Masum. Intanto continuano i raid americani contro le postazioni dell’Isis nei pressi di Erbil, nel Kurdistan iracheno, iniziati pochi giorni fa.

Le forze americane e inglesi stanno anche lanciando aiuti alla popolazione jihadista in fuga. Grazie ai raid, le forze curde dei Peshmerga hanno riconquistato due città in posizione strategica, Makhmur e Gweyr, nella provincia di Mosul. Il dipartimento di Stato americano ha però annunciato che gli Stati Uniti hanno deciso di evacuare parte dello staff del consolato a Erbil per il “deteriorarsi della sicurezza” nel nord del Paese. Il ministro degli Esteri Italiano Federica Mogherini, intervenendo a Rainews 24, ha affermato: “Stiamo chiaramente valutando una serie di altre iniziative in questi giorni che non riguarderanno probabilmente soltanto il ministero degli Esteri, ma anche quello della Difesa”, ma dovranno essere “i ministri degli Esteri dell’Ue, non i livelli diplomatici, a prendersi le responsabilità politiche” per le diverse crisi “attorno ai confini dell’Europa”. 

Il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius è invece partito per l’Iraq, dove incontrerà prima il suo omologo iracheno Hoshyar Zebari, a Bagdad, e poi, a Erbil, capitale del Kurdistan, il presidente della regione Massud Barzani, e sovrintenderà alla consegna dei primi aiuti umanitari destinati ai civili in fuga dai jihadisti. Sulla situazione in Iraq è intervenuto ieri anche il Papa, prima su Twitter e poi durante l’Angelus, nel corso del quale ha affermato che quanto avviene lì “offende gravemente Dio e l’umanità”, e ha aggiunto: Non si porta l’odio in nome di Dio! Non si fa la guerra in nome di Dio!

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