Camorra a Roma, confiscato l’impero dei clan da 80 milioni

Confiscati beni e locali del centro a quattro imprenditori, i fratelli Righi, già arrestati nel 2014 nell'ambito dell'inchiesta "Pizza Ciro" e accusati di legami con la camorra, e Alfredo Mariotti.

di Luca Fiorucci 6 Maggio 2016 4:35

Maxi-confisca di beni e locali riconducibili alla camorra nella Capitale. I carabinieri del Comando provinciale di Roma hanno infatti confiscato beni del valore di ottanta milioni di euro a quattro imprenditori, Luigi. Antonio e Salvatore Righi, accusati di essere “stabili riciclatori per conto della camorra napoletana, al servizio del clan Contini“, ed Alfredo Mariotti. I fratelli Righi erano già finiti in carcere nel gennaio 2014 nell’ambito dell’inchiesta “Margarita“, meglio conosciuta come “Pizza Ciro“, che aveva visto venti persone arrestate e diversi locali del centro di Roma posti sotto sequestro, e a marzo 2015 era scattata una nuova ordinanza per misure cautelari per Antonio e Salvatore Righi. Sono stati confiscati 28 esercizi commerciali tra bar, ristoranti e pizzerie situati nel centro storico romano, 41 beni immobili, 385 rapporti finanziari/bancari, 76 veicoli, 77 società titolari di parte dei beni e trecentomila euro in contanti rintracciati nelle operazioni.

Fra i locali confiscati, i “Pizza Ciro” di via della Mercede e di piazza Sant’Apollinare, la gelateria “Ciuccula” in piazza della Rotonda, al Pantheon, i ristoranti “Pummarola & Drunk” e “Ciro & Ciro” di via della Maddalena, la pizzeria “Zio Ciro Mangianapoli” in via della Pace, il ristorante “Zio Ciro” di piazza Zanardelli, la pizzeria “da Ottavio” in corso Rinascimento, oltre ad altri ristoranti e bar del centro e alcuni anche in zona Prati. I beni confiscati, che erano già stati posti sotto sequestro preventivo nel 2014 su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, sono al momento gestiti dagli amministratori giudiziari nominati dal Tribunale.

Le indagini, dirette dalla DDA di Roma ed effettuate dai Carabinieri del Nucleo Investigativo della capitale, hanno fatto emergere che l’impero economico dei fratelli Righi, che erano in pratica proprietari di una holding di società che gestivano moltissimi locali nel centro della Capitale con un giro di affari sproporzionato per i redditi dichiarati, sarebbe stato gestito in maniera illecita, tramite una rete di società intestate a prestanome finalizzate al riutilizzo e all’occultamento di fondi di provenienza illecita nonché alla sottrazione delle imprese acquisite e gestite con soldi sporchi ad eventuali misure di prevenzione patrimoniale. Salvatore Righi, in particolare, versava periodicamente somme di denaro contante ricavate dall’attività di riciclaggio svolta per conto del clan camorristico Contini a Giuseppe Ammendola e Antonio Cristiano, a capo di tale clan, per il quale tutti e tre i fratelli Righi facevano da riciclatori.

Nonostante il legame con il clan Contini, però, i Righi potevano proporsi come riferimento su Roma per altri gruppi camorristici, anche perché, come dimostrato dall’esperienza investigativa, ai riciclatori non viene chiesto un impegno di fedeltà assoluta come agli altri affiliati dei clan. Dalle indagini è emersa infatti la vicinanza di Antonio Righi anche al clan Mazzarella, dato che ha effettuato attività di riciclaggio e supporto logistico per conto di Oreste Fido, reggente del gruppo di Paolo Ottaviano che opera in zona Mercato-Santa Lucia a Napoli, e la vicinanza di Ivano Righi, figlio di Salvatore, al clan Amato-Pagano degli “scissionisti” di Secondigliano. Appurata l’affiliazione dei Righi a clan camorristici napoletani, la competenza giurisdizionale è passata da Roma a Napoli, e pertanto gli atti sono stati inviati alla Procura della Repubblica-DDA di Napoli, che ha integrato il quadro indiziario formulato dalla DDA e dai Carabinieri di Roma con un più ampio lavoro investigativo sul clan Contini.

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