Quando l’immigrato diventa imprenditore e assume italiani

Uno studio del Cnel presentato oggi a Roma ci offre l'identikit del perfetto imprenditore migrante. La maggior parte di essi si concentra al Nord, avvia la sua attività a 33 anni ed ha una media di 4,7 dipendenti, molti dei quali italiani. Una realtà in espansione che sembra fronteggiare alla grande la crisi economica del nostro paese.

di Simona Vitale 28 Novembre 2011 15:49

Una ricerca del Cnel presentata oggi a Roma ha tracciato l’identikit di quella che è la figura dell’imprenditore straniero in Italia. Da questo studio emerge innanzitutto come la resistenza delle piccole imprese alla grave crisi economica che sta investendo il nostro paese si debba soprattutto alla “progressiva sostituzione degli imprenditori autoctoni con imprenditori immigrati”. La maggiore concentrazione di imprenditori stranieri si trova soprattutto al nord e nei distretti industriali, in particolare il numero di titolari di aziende stranieri maggiore si trova in provincia di Prato (27,16% del totale), per poi raggiungere il suo minimo in provincia di Taranto (2,97%).

Come ha spiegato il responsabile della ricerca Antonio Maria Chiesi dell’università di Milano: “Nelle regioni più ricche del Nord, imprese straniere e italiane sono spesso complementari, al Sud è invece più facile trovare situazioni di diretta concorrenza e perfino di tensione”. 

Il profilo del perfetto imprenditore straniero in Italia è quello di soggetto che ha studiato nel paese di origine, è arrivato in Italia all’età di 24 anni, ha lavorato molti anni come dipendente e verso i 33 anni ha avviato l’attività imprenditoriale. Il 77% di questi imprenditori ha avviato da solo la propria attività, il 21% invece l’ha rilevata da altri, mentre il 2% l’ha ereditata. Bisogna però operare delle distinzioni. Secondo il campione imprenditoriale intervistato dal Cnel. Il 35,5% è un lavoratore autonomo, senza dipendenti, mentre il 64,5% è titolare di impresa con un occupazione media di 4,7 addetti, tra dipendenti e collaboratori. “Chi sta resistendo meglio alla crisi sono queste imprese con dipendenti e non i lavoratori autonomi stranieri solitamente legati a mono-committenze, cioè a un cliente o poco più.  E sono le imprese a dare lavoro, non solo agli stranieri. Nel 13% dei casi gli imprenditori immigrati si giovano infatti di dipendenti italiani: La media generale è un posto di lavoro per italiani ogni due imprenditori stranieri” ha aggiunto Chiesi.

Il 58% degli immigrati titolari di impresa ha dichiarato di avere parenti a loro volta imprenditori, che nel 19% dei casi li hanno aiutati per investire il capitale iniziale,(dimostrando dunque l’importanza del ruolo della famiglia anche nel lavoro e non solo nella vita privata). Capitale iniziale che è proprio il fattore che maggiormente li distingue dagli imprenditori italiani, poichè le attività imprenditoriali degli immigrati non richiedono una forte dotazione di capitale ed essendo molto elevata anche la capacità di autofinanziamento, resa possibile da un lungo periodo trascorso come dipendente. Il 66, 5 % ha clienti italiani e si rivolge a consulenti italiani per gestire la propria contabilità, pur mantenendo nel 16% dei casi stretti rapporti d’affari con il proprio paese di origine. Le ditte italiane di cui gli immigrati maggiormente usufruiscono sono quelle che si occupano del settore della meccanica e dei trasporti, mentre per l’abbigliamento, prevedibilmente, ci si rivolge a ditte prevalentemente cinesi.

Il 14% ha la cittadinanza italiana, il 4,5% vive con un partner di nazionalità italiana, aspirando alla conquista di alcuni diritti quali: quello al voto e alla possibilità di percepire la pensione tornando a vivere nel paese di origine. La maggior parte poi degli imprenditori immigrati in Italia vorrebbe che i propri figli proseguissero l’attività di famiglia mentre solo il 3% auspica ad un ritorno verso le lontane terre d’origine.

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