Dossier anti-F35: tutti i dati dello “spreco”

Un solo caccia costa quanto 387 asili nido, 21 treni per pendolari, o 32.250 borse di studio per universitari o per la messa in sicurezza di 258 scuole.

di Stefania Calabrese 13 febbraio 2013 11:18

Per la campagna “Taglia le ali alle armi” è stato presentato oggi un documento che svela “i veri numeri” del programma Joint strike fighter, con il quale il Governo italiano si è impegnato ad acquistare 90 aerei cacciabombardieri F35, per un costo che supera i 50 miliardi di euro fino al 2050.

La campagna, promossa da Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci! e Tavola della Pace, ha ricevuto il sostegno di 650 associazioni e circa 50 Enti locali, fra Regioni, Province e Comuni, oltre alle quasi 79.000 firme raccolte fra i cittadini, in forma cartacea e online.

”In questi giorni – ha spiegato Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il disarmo – il tema degli F-35 è entrato nella campagna elettorale e sono stati diffusi dati falsi che ci proponiamo di smascherare”.

L’obiettivo dell’iniziativa è infatti quello di convincere il Governo a rinunciare all’acquisto, informando compiutamente l’opinione pubblica.

”E’ importante – precisa Vignarca – capire bene i costi reali del programma:  per i 90 caccia, compreso lo sviluppo, si pagheranno 14 miliardi di euro, in media 120 milioni di euro ad aereo. Considerando poi anche la gestione ed il mantenimento completi a ‘piena vita’, la cifra lievita fino a quasi 52 miliardi di euro in 40 anni”.

Fra le motivazioni atte a giustificare il costoso acquisto, è stata più volte presentata quella dell’importante ritorno industriale che l’operazione favorirebbe, ma anche questo dato viene contestato dalle associazioni anti-F35. In questo caso, ha spiegato ancora Vignarca, si tratterebbe di “barzellette della Difesa”, in quanto si è parlato di 10.000 occupati, mentre secondo le stime di Finmeccanica non si supererebbero i 2000 posti di lavoro in più.

C’è poi la questione del ritorno economico, respinta anch’essa dal coordinatore di Rete italiana per il disarmo, cifre alla mano.

“Il ministero ha favoleggiato di ritorni del 100% – commenta Vignarca – ma nella realtà ad oggi le industrie nazionali hanno ottenuto appalti per poco più di 600mila euro a fronte di una spesa già sostenuta dall’Italia di 3 miliardi di euro”.

Ma l’Italia potrebbe a questo punto tirarsi indietro? Secondo le associazioni sì, potrebbe farlo senza ulteriori aggravi di spesa.

”E’ possibile uscire dal programma – puntualizza Grazia Naletto, di Sbilanciamoci! – senza pagare alcuna penale e dedicare le risorse così risparmiate alla spesa sociale”.

E poiché anche la paternità del progetto d’acquisto appare spesso poco chiara, Vignarca ha provveduto a delineare bene il quadro complessivo della situazione, individuando nell’attuale ministro della Difesa, il generale Di Paola il “filo conduttore” fra i diversi governi che negli anni si sono succeduti.

”Il premier Monti – ha sottolineato Vignarca – ha detto che il Governo di Massimo D’Alema lo ha avviato, ma in realtà nel 1999 furono stanziati solo una decina di milioni di euro per una fase di studio. Le date fondamentali per la nostra adesione al progetto sono nel 2002 (secondo Governo Berlusconi) e nel 2007 (secondo Governo Prodi). E il ‘filo rosso’ di tutta la trattativa è il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, che l’ha seguita fin dall’inizio come segretario generale per gli armamenti, capo di Stato Maggiore ed ora ministro”.

Su queste basi, la campagna “Taglia le ali alle armi” è più che mai determinata a portare a compimento il proprio obiettivo, approfittando proprio dell’attenzione che la campagna elettorale sta dedicando al tema degli F-35.

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