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Fukushima, 1.300 morti e 2.500 tumori causati dalle radiazioni

Un modello elaborato dall'Università di Stanford ha offerto le prime stime sui danni e sulla gestione del disastro nucleare dell'11 marzo 2011.

di Simona Vitale 18 luglio 2012 10:28
Fukushima, centrale nucleare

Le radiazioni provocate dal disastro nucleare di Fukushima potrebbero provocare, secondo le prime stime ufficiali, da un minimo di 15 ad un massimo di 1300 morti e tra i 24 e i 2500 casi di cancro. Questi sono i risultati medici sulle stime dei danni alla salute causati dal terribile disastro di Fukushima Daiichi, seguiti al terremoto e allo tsunami che l’11 marzo dello scorso anno devastò il Giappone. Il modello è stato elaborato da Mark Jacobson e Ten Hoeve dell‘Università californiana di Stanford e pubblicato sulla rivista Energy and Environmental Science.

I risultati delle stime sembrano però essere in contrasto con quanto dichiarato, all’epoca del disastro, dal Comitato Scientifico delle Nazioni Unite, e che aveva rassicurato sul fatto che non ci sarebbero stati grossi danni. Il modello dell’università californiana, invece, assicura che quello di Fukushima è il peggior disastro nucleare di sempre, dopo quello di Chernobyl del 1986. Quest’ultimo, secondo il rapporto ufficiale delle Nazioni Unite, provocò 65 morti, ma le associazioni ambientaliste parlano di 4 mila decessi, nell’arco di 80 anni dalla data del disastro.

I ricercatori, per elaborare le loro teorie, hanno utilizzato un modello atmosferico globale in 3D, che risulta in grado di prevedere lo spostamento del materiale radioattivo, incrociandolo con un modello standard sugli effetti provocati sulla salute per stimare l’esposizione degli esseri umani alla radioattività. Siccome i modelli hanno comunque dei margini di incertezza, i ricercatori hanno individuato un bilancio di 130 vittime a livello globale stimato in 130 persone, concentrate soprattutto in Giappone e in modo minore in Asia e nel Nord America. Includendo poi alcune pericolose forme di tumore, i morti salirebbero a 180 secondo il modello.

Per quanto riguarda il caso specifico del Giappone, i materiali radioattivi si sono estesi per un’area di diverse centinaia di chilometri quadrati intorno all’impianto, ma la maggior parte della radioattività è finita nell’Oceano Pacifico limitando così notevolmente l’esposizione delle persone alle radiazioni. Per quanto riguarda la gestione del disastro, il modello ha realizzato che il disastro giapponese ha avuto risposta governativa più efficiente rispetto a quanto avvenuto a Chernobyl.

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