Confindustria: “La crisi è finita, ma ha fatto danni come una guerra”

Secondo l'associazione degli industriali, è "per molti versi improprio" parlare di ripresa, e la manovra avrà un impatto "molto piccolo" sulla crescita.

di Luca Fiorucci 19 Dicembre 2013 14:24

Il Centro studi di Confindustria ha presentato il suo studio “Scenari economici”, nel quale ha tracciato un bilancio a tinte assai fosche dell’ultima crisi economica: “L’Italia si presenta alle porte del 2014 con pesanti danni, commisurabili solo con quelli di una guerra. La profonda recessione, la seconda in sei anni, è finita. I suoi effetti no, e quindi parlare di ripresa è “per molti versi improprio e suona “derisorio“, si avverte. Inoltre, il Paese “ha subito un grave arretramento ed è diventato più fragile, anche sul fronte sociale”. Nello studio, si ammonisce inoltre sul rischio di un “cedimento della tenuta sociale, con il malcontento che tende a indirizzarsi “verso rappresentanze che predicano la violazione delle regole e la sovversione delle istituzioni“, per cui, si sottolinea, “il destino dell’Italia si ripete con il coagularsi di importanti gruppi politici anti-sistema”.

Le stime di crescita per il prossimo bienno, si spiega, sono legate una “previsione condizionata al radunarsi di una fausta costellazione di eventi”, mentre a remare contro la ripresa possono essere invece soprattutto quattro fattori: la maggior incertezza che porta gli operatori ad essere prudenti nelle decisioni; l’erosione della competitività dovuta all’aumento del costo del lavoro; le turbolenze dello scenario politico per via delle elezioni europee del 2014 e le probabili elezioni politiche in Italia nel 2015. Confindustria, inoltre, dà un giudizio negativo della legge di stabilità ora all’esame del Parlamento, definendola “un’occasione mancata”, che avrà un impatto “molto piccolo” sulla crescita, dello “0,1 o 0,2″ punti sul Pil del 2014, mentre nel 2015 essa avrà “un effetto restrittivo della stessa portata di quello espansivo del 2014”.

Drammatici anche i dati sull’occupazione: sono infatti 7,3 milioni le persone a cui manca il lavoro, totalmente o parzialmente, ossia il doppio rispetto a sei anni fa; anche il numero dei poveri è raddoppiato, arrivando a 4,8 milioni, mentre dall’inizio della crisi, a fine 2007, si sono persi un milione e 810 mila unità di lavoro equivalenti a tempo pieno, e l’occupazione è rimasta ferma nel 2013, ma dovrebbe aumentare nel 2014, con un +o,1%, facendo registrare un +0,5% nel 2015. Confindustria ha inoltre rivisto al ribasso le stime sul Pil, che a fine 2013 dovrebbe segnare -1,8% (a settembre era previsto -1,6%), mentre è confermata la previsione del +0,7% per il 2014, e nel 2015 dovrebbe far registrare un +1,2%.

Dal 2007, l’Italia ha perso più del 12% del potenziale pre-crisi, bruciando c0sì oltre 200 miliardi di reddito, e per l’associazione degli industriali “solo con incisive riforme strutturali si può recuperare il terreno perduto”. La pressione fiscale, dopo aver fatto registrare un record nel 2013 arrivando al 44,3% del Pil, dovrebbe scendere al 43,9% nel 2014, mentre il debito pubblico dovrebbe crescere al 129,8% del Pil. Anche i dati forniti dall‘Istat sui salari sono tutt’altro che rosei. A novembre, infatti, le retribuzioni contrattuali orarie restano ferme ai livelli di ottobre, mentre crescono solo dell’1,3% nel confronto con lo scorso anno. La crescita annua torna così a toccare i minimi: il rialzo dell’1,3% risulta infatti il più basso almeno dal 1992, cioè da 21 anni.

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