Clandestina denuncia stupro, ora rischia l’espulsione dall’Italia

Una senegalese è stata derubata e stuprata. Denuncia la violenza sessuale e viene trasporta al Centro di Identificazione ed esplusione. Senza documenti le negano l'aiuto necessario per uscire dalla sua difficile situazione.

di Daniela Caruso 25 Novembre 2011 15:51

Viene stuprata e derubata. Denuncia l’accaduto, ma viene portata al Cie, il centro di identificazione ed espulsione. Una donna, violata nel corpo e nella dignità, rischia d essere mandata via dall’Italia perché ha denunciato un reato, per il quale l’aggressore dovrebbe pagare e non cantare vittoria, solo perché la sua vittima è una donna senza permesso di soggiorno.

I carabinieri hanno controllato i documenti ad Adama (così si chiama la donna), originaria del Senegal, dove ha lasciato ben quattro figli per venire in Italia, sperando in un futuro migliore. L’uomo che l’ha ferita alla gola, derubata e violentata è l’ex compagno. Una storia terribile che si annulla alla visione dei documenti della donna, la quale non ha regolare permesso per restare in Italia. Portata al Cie di Bologna, rischia seriamente l’espulsione dal nostro paese. Adama è arrivata qui nel 2006 e per lei si stanno mobilitando due associazioni che difendono i diritti delle donne: Migranda e Trame di Terra, proprio nella Giornata nazionale contro la violenza sulle donne.

Le associazioni hanno messo un appello in rete, sul sito www.migranda.org, affinché Adama venga liberata, per darle la possibilità di riprendere la sua vita tra le mani e cominciare a vivere realmente, con le carte in regola. L’appello è denominato: “Liberate subito Adama dal Cie, concedetele un permesso di soggiorno che le consenta di riprendere in mano la propria vita”. Da quanto rivelato dalla donna senegalese, il suo compagno la “picchiava con schiaffi, pugni e percosse quotidiane, e mi ripeteva fino all’ossessione che il mio essere clandestina mi avrebbe impedito  di cercare aiuto”.

Il compagno faceva riferimento alla legge Bossi-Fini: il legale della donna dichiara che “La Bossi-Fini obbligando le questure ad eseguire le espulsioni fa sì che le persone vittime di reato non possano esercitare i loro diritti nel processo, garantendo impunità ai criminali”. Psicologicamente la donna non può restare nel centro di identificazione ed espulsione, in quanto è molto provata. Lo affermano gli stessi medici, che in merito dicono: “La sua compromessa situazione psicologica non è compatibile con la sua permanenza al Cie”.

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