Lega attacca il dicastero alla Coesione: meglio quello del Federalismo

La Lega conferma dunque il suo passaggio all'opposizione, decisione probabilmente dovuta più al timore che Monti non avrebbe tenuto conto dei capricci secessionistici del partito padano, che a questioni di democrazia come hanno sostenuto i suoi leader.

di Vincenzo Avagnale 17 Novembre 2011 9:34

La Lega è stata fra i maggiori detrattori del governo tecnico ed ha sempre voluto precisare che lo era solo perché un governo tecnico è un governo eletto dal parlamento e non dagli elettori e quindi un abominio della democrazia. La verità è che la Lega Nord sa bene che con l’attuale situazione non c’è altra alternativa per evitare un crollo del Paese e sa anche molto bene che in un governo tecnico non ci sarebbe nessun Berlusconi disposto a dare credito ai capricci secessionistici (o federalistici che dir si voglia) pur di evitare una caduta del governo.

Il sostegno parlamentare al governo Monti è bilaterale e viene da formazioni politiche in grado di garantire una maggioranza mai avuta prima a disposizione ad un governo italiano, per cui è più che ovvio che si possa fare a meno della Lega e del suo poco più del 10% di parlamentari.

La prima impressione leghista all’indomani del giuramento dei ministri è negativo già per via della conformazione dei ministeri, in particolare scompare l’odioso ministero al federalismo e compare invece il ben più coerente Ministero alla Coesione. Il messaggio del governo Monti passa forte e chiaro (e non solo per la Lega): “l’Italia è un Paese unito e che vuole rafforzare tale unità”.

Attacca quindi Roberto Calderoli, ex ministro della semplificazione nel governo Berlusconi: “se il buongiorno si vede dal mattino allora è notte fonda e sarò felice di votare contro la fiducia al prossimo Esecutivo. Significa aver creato il ministero del centralismo ovvero che ancora una volta il Nord verrà spremuto per garantire a qualcuno di continuare a mangiare a sbafo“.

Come al solito emerge l’egoismo di questa fazione politica, che non solo non valuta le implicazioni delle proprie parole sui mercati, fortunatamente minime ora che non è più al governo, ma che non valuta neanche che gli interventi di tipo “federalistico” non hanno portato chissà che benefici al nord come al sud, provocando solo una gran confusione in materia fiscale ed aumentando le tensioni sociali fra le due estremità del Paese.

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