Si uccide a 19 anni: vittima del bullismo e rinnegato dalla famiglia perché gay

Eric James Borges lavorava per il Trevor Project e sognava di fare il regista. La famiglia, cristiana ultraconservatrice, lo riteneva "disgustoso" e voleva che si curasse. Poi lo aveva buttato fuori di casa.

di Gianni Monaco 16 gennaio 2012 14:18

Appena un mese fa, con un video su YouTube, aveva detto ai ragazzi di “non mollare mai”, nonostante tutto. Nonostante, cioè, una vita fatta di molte umiliazioni e terribili violenze, fisiche e psicologiche. Eric James Borges non ha resistito più e si è suicidato, a soli 19 anni. Si è ucciso in casa a Visalia, in California.

Lavorava per il Trevor Project e sognava di fare il regista. Voleva, tramite la comunicazione, aiutare gay e lesbiche che, come lui, non erano stati mai accettati da genitori, compagni e colleghi. È stato vittima della violenza sin da bambino, quando andava all’asilo. “Mi molestavano, mi sputavano addosso, mi escludevano, mi assalivano fisicamente. Il mio nome non era Eric, ma frocio“, diceva il giovane suicida in un video.

Il pensiero di farla finita è diventato un’ossessione anche per colpa della famiglia, cristiana e ultraconservatrice. “I miei genitori mi dicevano che ero disgustoso, perverso, innaturale e condannato all’inferno. Mia madre mi sottopose a un esorcismo nel tentativo di curarmi”. Lo scorso ottobre il ragazzo era stato cacciato di casa. È morto nell’abitazione che condivideva con un amico.

Non è certo un’eccezione il fatto che ci si uccida perché non accettati per i propri orientamenti sessuali, specialmente negli Stati Uniti. Lo scorso settembre aveva fatto molto scalpore il suicidio un 14enne omosessuale.

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