Sesso estremo, il consenso iniziale non vale per sempre

Secondo la decisione dei Supremi Giudici potrebbe configurarsi il reato di stupro: l’alternanza volontà-imposizione non mina la verità della denuncia

di Daniela Santoni 2 ottobre 2012 16:18
Sesso estremo sentenza Cassazione

Per le “pratiche sessuali estreme” il consenso dato dal partner, all’inizio della relazione, a vivere il rapporto erotico sentimentale in base al canone vittima-carnefice, non ha durata illimitata e valida una volta per tutte. “Ripensamenti” possono avvenire in qualunque momento e, in tale caso, il sesso “particolare” deve essere subito interrotto. Lo sottolinea la Cassazione affrontando una vicenda che richiama il best-seller “Cinquanta sfumature di grigio”.I supremi giudici avvertono che nel caso in cui il partner, nonostante il dissenso dell’altro, continui nelle modalità non gradite, allora si configura lo stupro che non viene meno se la “vittima” dopo aver subito, accetta poi liberamente altri rapporti con il “carnefice”.

Il caso affrontato è quello di Francesco B., un muratore marchigiano di 33 anni che, al mare, incontra una ragazza ventinovenne con la quale intrattiene una relazione da maggio ad agosto del 2009. Da subito la liason è caratterizzata da modalità spinte condivise dalla donna che accetta anche di essere filmata. La storia prosegue e alterna momenti di comune accordo a altri nei quali l’uomo prevarica, mentre la ragazza gli chiede, invano, di smettere. Per lei, “succube”, tutto scorre come un film nel quale, scrive la Cassazione, nel confermare la condanna a tre anni e sei mesi di reclusione per il violentatore,“non riusciva con certezza a rievocare i singoli episodi di violenza subiti”,separandoli dai “rapporti volontari”. Ma queste imprecisioni sono l’effetto dell’ “alternanza” delle fasi consenso-dissenso e non hanno minato la verità della denuncia.

“Purtroppo – affermala Cassazione- è ben possibile che, nello svolgimento della patologia delle relazioni sentimentali tra uomo e donna, si verifichi la sussistenza di rapporti sessuali consensuali alternati a rapporti imposti e non può certo presumersi il consenso anche in riferimento ai rapporti imposti con la violenza e minaccia”. In relazione a “certe pratiche estreme – conclude l’Alta corte – non basta il consenso espresso nel momento iniziale”. L’atto diventa lesivo se il partner manifesta “di non essere più consenziente al protrarsi dell’azione alla quale aveva inizialmente aderito, per un ripensamento od una non condivisione sulle modalità di consumazione dell’amplesso”.

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