Trending
{"ticker_effect":"slide-h","autoplay":"true","speed":3000,"font_style":"normal"}
Parole, pietre. Tra valore e pericolo: giornalisti a rischio? Oggi sit-in per la libertà di stampa

Parole, pietre. Tra valore e pericolo: giornalisti a rischio? Oggi sit-in per la libertà di stampa

Due le manifestazioni oggi, nel nostro Paese, contro il bavaglio alla libertà d’informazione e di stampa deciso a Budapest dal governo di Viktor Orbàn. A Roma, alle 17, un sit-in organizzato dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana davanti all’ambascia di Ungheria, in via dei Villini. Contestualmente, l’Associazione Annaviva ha programmato un presidio a pochi passi dal consolato milanese dell’Ungheria, in piazza Missori, cui aderiranno i Radicali e l’Arci.
Lottiamo ancora per la libertà d’espressione. Per far sentire la nostra voce.
L’associazione Annaviva, che promuove la tutela dei diritti umani nell’Est Europa, è sempre in prima fila. Non solo ora. Annaviva ha proposto una petizione di raccolta firme per chiedere al Comune di Milano di dedicare una via alla celebre Anna Stepanovna Politkovskaja. Nel 2009, dopo una iniziativa on line e una mobilitazione popolare (organizzata anche dalla Gariwo), Palazzo Marino ha dedicato alla giornalista un albero nel Giardino dei Giusti al Monte Stella ed altre città italiane hanno seguito il monito.

Nel dopoguerra, la città sopra citata si avviò ad essere una grande metropoli e la nascita di nuovi quartieri richiese un sforzo alla toponomastica che, dopo aver ricordato gli uomini della seconda guerra mondiale e della Resistenza sacrificatisi per la libertà, volle onorare celebri personaggi scomparsi negli ultimi decenni: politici, letterati, drammaturghi, musicisti, scienziati, filantropi. Verso gli anni Settanta del Novecento, peraltro, si impiegarono, non solo i nomi della geografia, ma anche quelli della botanica, dell’ornitologia, dei personaggi dei Promessi Sposi. E ancora: delle vittime degli anni di Piombo, dei grandi geni dell’umanità, degli statisti di molti Paesi stranieri.

Ora qualcuno si propone, finalmente, di dedicare al giornalismo una strada di Milano. Nella persona della Politkovskaja, come già riferito.
La circostanza, oltre ad essere in sé di particolare interesse, rileva soprattutto per il significato sottostante e cioè l’attenzione che va dedicata a quei giornalisti uccisi a causa del loro dignitosissimo lavoro. A causa, dunque, della loro voce. Ancora oggi.
La parola è – storicamente, si sa – un veicolo pericoloso. Molto pericoloso, alle volte. Chi ne fa uso ha l’obbligo di pensare prima che esca dalla propria bocca – soprattutto se in pubblico – o prima che, similmente, venga scritta di proprio pugno. Non a caso qualcuno disse, tempo addietro, ‘le parole sono pietre’. Come dargli torto? La parola è, sì, oggetto di un diritto, costituzionalmente garantito peraltro, ma richiede anche il dovere di essere oggetto di una attenta riflessione, se pronunciata o manifestata, in qualsiasi forma.

La Politkovskaja fu una donna coraggiosa. Forse troppo. Una brava giornalista. Una mamma, che ha lasciato due figli. Come è noto, proprio per quell’ardore che la caratterizzava è stata uccisa. Sul portone della propria casa. Nel cuore di Mosca.
Voce critica di Vladimir Putin e dell’intervento militare in Cecenia, nel 1982 inizia la sua carriera giornalistica – scrive per lo Izvestija – denunciando continuamente la violazione dei diritti umani. Dal 1993 lavora per Novaja Gazeta – per il quale pubblica più di 200 articoli ove critica sostanzialmente l’operato russo nelle repubbliche separatiste e ammonisce le scelte politiche di Putin e dei primi ministri ceceni (Ahmad Kadyrov e suo figlio Ramsan) – fino al giorno della sua morte, il 7 ottobre 2006.

Dopo di lei, sempre nella patria di Michail Bulgakov – ove chi tocca certi temi ha vita breve – nel 2009, serenamente e alla luce del sole, il duplice omicidio in un agguato di Anastasia Baburova, giovane praticante della Novaya Gazeta, autrice di numerosi reportage sul crescente razzismo e ultranazionalismo in Russia, e dell’avvocato trentaquattrenne Stanislav Markelov, che si era battuto per i diritti umani e, in particolare, contro il rilascio anticipato del colonnello Yuri Budanov, l’ufficiale più alto in grado a essere condannato per crimini di guerra da un tribunale russo.

Il 2012 è cominciato ormai da giorni. Gli eventi trascorsi sono innumerevoli, quelli in corso altrettanto, sì è fatta stima dei giornalisti scomparsi nel 2011, non per cause naturali ma a causa della loro voce: sono 106 (103 secondo l’Istituto Internazionale della stampa), uccisi in 39 Paesi. Si tratta certamente di un numero considerevole. Gran parte dei giornalisti sono stati assassinati in America Latina. Il Paese che però è ritenuto più a rischio oggi è il Messico, prima del Pakistan e l’Iraq. Dopo l’America Latina, l’area maggiormente pericolosa al Mondo è costituita da quella araba. In ultimo, nel nord Africa sono stati uccisi pressoché una decina di giornalisti (forse otto) mentre riferivano gli eventi relativi alla ‘primavera araba’. Non solo. Proprio la ‘primavera araba’, così come le proteste di piazza, in Grecia, in Bielorussia, in Uganda, in Cile e negli Stati Uniti, hanno portato dietro le sbarre oltre 1000 giornalisti. Anche questo è un numero terrificante. Tuttavia Cina, Iran ed Eritrea sono le prigioni più temute da chi documenta (o tenta di documentare), quotidianamente, gli eventi che un giorno apparterranno alla Storia.

Perché è ancora così pericoloso dedicarsi al giornalismo? Oggi, alle porte del 2012, sono a rischio i giornalisti? C’è chi teme le parole e chi le usa per denunciare, per riferire, per informare. Io sono per l’informazione, e sono per l’informazione di parte, quella che Sciascia auspicava e portava avanti nei suoi ‘Quaderni’.
Consideriamo, infine, queste parole: ‘Vedo tutto io. È questo il mio problema. Vedo le cose belle e vedo le cose brutte. Vedo che le persone vogliono cambiare la propria vita per il meglio ma che non sono in grado di farlo, e che per darsi un contegno continuano a mentire a se stesse per prime, concentrandosi sulle cose positive e facendo finta che le negative non esistano.
Per il mio sistema di valori, è la posizione del fungo che si nasconde sotto la foglia. Lo troveranno comunque, è praticamente certo, lo raccoglieranno e se lo mangeranno. Per questo, se si è nati uomini non bisogna fare i funghi’. Grazie Anna! Mi auguro, un giorno, di passare tra le vie di Milano sulla tua strada. E, intanto, in bocca al lupo alla Fnsi, ai Radicali e all’Arci.

Lascia un commento