Strage di Orlando, Obama: “E’ estremismo di casa nostra”

Il presidente americano ha spiegato che non vi sarebbero prove che l'assassino sia stato guidato da altri terroristi, e ha attaccato l'accesso alle armi "troppo facile".

di Luca Fiorucci 14 giugno 2016 5:15
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Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha parlato della strage avvenuta sabato notte ad Orlando, dove Omar Mateen, trent’anni, di origine afgana, ha ucciso 49 persone nel night club gay “Pulse”, e ha spiegato, dopo un briefing con Fbi e antiterrorismo, che si è trattato di “homegrown extremism, ossia “estremismo di casa nostra”, e non vi sarebbero prove che l’assassino sia stato guidato da altri terroristi, né che abbia fatto parte di un piano più ampio. Egli, probabilmente, come nella strage di San Bernardino, era una sorta di “lupo solitario” che aveva giurato all’ultimo minuto fedeltà all’Isis (il cui organo di propaganda ufficiale in lingua inglese ha detto che era “uno dei soldati del Califfato in America”) pur non facendone ancora parte, e avrebbe tratto ispirazione dall‘informazione estremista sparsa per il web. Obama ha però confermato che gli inquirenti considerano l’attacco come atto di terrorismo”, e ha evidenziato come il killer abbia potuto tranquillamente procurarsi un fucile d’assalto e una pistola, armi “non difficili da ottenere”, per poi aggiungere: E’ troppo facile l’accesso alle armi. Ed è un problema. Il pericolo è che questo tipo di eventi degeneri in un dibattito in cui la necessità di controllare maggiormente le armi da fuoco sia vista come un ostacolo alla lotta al terrorismo”.

Anche l’Fbi è stata criticata per il fatto che, malgrado Mateen sia stato interrogato due volte nel 2013 e un’altra nel 2014 per presunti legami con il terrorismo, ha potuto comunque comprare legalmente il fucile e la pistola la scorsa settimana. La candidata democratica alla Casa Bianca Hillary Clinton ha infatti accusato: “Se l’Fbi è sulle tue tracce non dovrebbe essere possibile che tu possa acquistare delle armi senza che nessuno ti chieda nulla”. Di tutt’altro avviso il candidato repubblicano Donald Trump, per il quale “bisogna assicurare che gli americani possano avere i mezzi per difendersi in quest’era di terrore”, e che ha annunciato che incontrerà la Nra, la lobby statunitense delle armi. Trump ha inoltre accusato Obama e la Clinton di voler togliere le armi all’America e “lasciare entrare coloro che vogliono ucciderci… farli arrivare e divertire quanto vogliono”, e ha annunciato che se verrà eletto sospenderà “l’immigrazione da quelle aree che hanno noti legami con il terrorismo”.

Intanto, però, il “New York Times” ha adombrato il sospetto di un possibile “fuoco amico”, sostenendo che alcune delle vittime “potrebbero essere state uccise dalla polizia che ha fatto irruzione nel locale dopo una situazione di stallo di tre ore“. Sembra infatti che l’omicida avesse accanto a sé un pacco, e che questo, assieme ad alcune frasi deliranti sugli esplosivi da lui pronunciate, abbia spinto gli agenti ad intervenire. Altre persone sono indagate in relazione alla strage. Intanto sono state identificate quarantotto delle quarantanove vittime della strage, ma finora sono state informate solo ventiquattro famiglie. Il padre dell’assassino, Seddique Mateen, invece, ha condannato quanto compiuto dal figlio, dicendo di non perdonarlo e spiegando: “Il movente religioso non c’entra nulla, ha visto due gay che si baciavano a Miami un paio di mesi fa ed era molto scioccato”.

Lo stesso genitore, però, secondo quanto rivelato dal “Guardian”, in un video pubblicato sulla sua pagina Facebook in lingua dari, affermava: “Dio punirà coloro coinvolti nell’omosessualità. Non è una questione che dovrebbero affrontare gli esseri umani”. L’ex moglie Sitora Yusufiy, invece, ha raccontato di essere stata sposata con lui per quattro mesi, ma di aver poi tagliato tutti i legami quando ha iniziato ad essere violento e ad abusare di lei, al punto che non aveva più sue notizie da sette anni. Mateen inoltre si sarebbe recato due volte in Arabia Saudita, una nel 2011 e una nel 2012, e pregava tre o quattro volte alla settimana, frequentando tra l’altro la stessa moschea dove, ogni tanto, andava Moner Mohammad Abusalha, militante di un gruppo affiliato ad Al Qaeda e morto in un attacco kamikaze in Siria.

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