Monaco Tibetano si brucia per la libertà del suo paese

Il monaco buddista si è dato fuoco durante una funzione invocando il ritorno del Dalai Lama e la liberazione del Tibet dall'oppressione cinese, ma Pechino commenta freddamente e sembra avere nulla da dire al riguardo.

di Vincenzo Avagnale 27 ottobre 2011 11:00

Il portavoce del ministero degli Estiri cinere Jiang Yu ha dichiarato che il governo cinese ha preso atto della notizia della nuova immolazione di un monaco tibetano, per la precisione la decima. Del tutto indifferente agli appelli del popolo del Tibet, che si esprime attraverso i suoi più saggi rappresentanti, che cerca la libertà da quel lontano 1950, anno della definitiva occupazione della quasi totalità del suo territorio.

Il gesto è stato certamente esasperato ed esagerato, ma un popolo pacifico che non desidera iniziare un braccio di ferro militare con un titano potente come la Cina cos’altro può fare per non perdere la speranza di essere un giorno libero ed indipendente? Sono anni che il problema è tornato all’attenzione di tutto il mondo, con notevoli campagne pubblicitarie organizzate dalle star di Hollywood, ma il governo di Pechino ha sempre dato la stessa risposta: “non accettiamo interferenze nella decisioni inerenti il nostro territorio.”

Peccato che non sia il loro territorio, ma questo per loro non è importante. Dawa Tsering, 31 anni, si è immolato mentre si svolgeva una funzione presso il monastero di Kardze. Mentre bruciava i fedeli vicini hanno tentato di soccorrerlo spegnendo le fiamme che lui stesso aveva appiccato. Ha invocato la libertà per il suo popolo ed il ritorno del Dalai Lama e dopo essere stato trasportato in ospedale il monaco ha rifiutato le cure dichiarando di volere la morte.

Pare stia soffrendo molto a causa di bruciature molto serie alla testa ed al collo. I medici ritengono che sia impossibile che possa sopravvivere a causa della profondità delle ustioni, quindi i suoi confratelli l’hanno riportato nel monastero per farlo morire fra le mura in cui ha vissuto.

Il monaco si trovava al monastero di Kardze da ben 7 anni ed ha partecipato a tutte le manifestazioni di piazza per la liberazione del Tibet, anche quando le risposte del governo cinese sono state violente. Il suo è solo l’ultimo di ben 10 casi, prima di lui l’estremo gesto era stato compiuto da una suora, la quale si era data fuoco ed è morta nella prefettura di Ngaba, Aba per la Cina.

L’indipendenza della regione del Tibet verrà difficilmente accettato dai cinesi, infatti oltre ad ovvi motivi legati alle ricchezze del territorio c’è anche il fatto che la vasta Repubblica Popolare Cinese comprende moltissime minoranze, di cui quella Tibetana è si la più numerosa, ma la seconda è quella di cultura islamica e concedere la libertà all’una creerebbe gravissime tensioni con l’altra.

La Cina ha quindi messo in atto negli anni diverse misure per ricondurre sotto il suo controllo i monaci ribelli, che formando l’intellighenza rappresentano il cuore della rivolta. Uno dei gesti più plateali, sebbene non il più criminoso, è rappresentato dal rapimento di Gendhun Choekyi Nyima e della sua famiglia. Il bambino aveva nel 1995 solo 6 anni e fu preso dal governo cinese, senza che fosse mai rivelato il suo destino, perché riconosciuto dall’attuale Dalai Lama come l’undicesimo Panchen Lama. Pechino lo sostituì con Gyaltsen Norbu, che oggi ha 21 anni. il Dalai Lama, sebbene abbia mandato una risposta del tutto non violenta ha comunque risposto senza mezzi termini che il governo cinese non ha alcun diritto a decidere quale sia la sua prossima reincarnazione, tanto più da chi ha solo l’interesse a controllare e piegare il popolo tibetano.

Dawa Tsering quindi non ha semplicemente distrutto la propria vita col fuoco, ma ha messo in capo l’unica protesta possibile in un paese sotto costante repressione: il suicidio. Perfino le pacifiche manifestazioni dei monaci come lui hanno ricevuto come risposta cariche delle forze dell’ordine, come poteva quindi esprimere il suo dissenso, il suo non volersi arrendere? Ma Pechino non ha sentito l’ardore del suo messaggio e commenta: “abbiamo preso atto della notizia”.

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