“Jobs Act”, intesa nel Pd. Insorge l’Ncd, Renzi: “Partita chiusa”

Si al reintegro per i licenziamenti discriminatori e per quelli disciplinari senza giusta causa. Sacconi adirato: "Così si rompe la coalizione".

di Luca Fiorucci 13 novembre 2014 22:44
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E’ stata raggiunta l’intesa tra le varie anime del Pd sul “Jobs Act”, per il quale non verrà posta la fiducia alla Camera, e verranno effettuate modifiche in Commissione che riprenderanno l’ordine del giorno approvato in direzione lo scorso 29 settembre, per cui sarà previsto il diritto al reintegro anche per i licenziamenti discriminatori e per quelli disciplinari senza giusta causa, perlomeno in determinate fattispecie. Lo ha annunciato il capogruppo democratico alla Camera Roberto Speranza al termine di una riunione fra il responsabile Economia e lavoro del partito, Filippo Taddei, e i membri del Pd che siedono in commissione Lavoro alla Camera, fra cui il presidente Cesare Damiano, dicendo: “Abbiamo deciso di fare modifiche rilevanti. Non ci sarà la fiducia sul testo uscito dal Senato ma ci sarà un lavoro in commissione. Si riprenderà l’ordine del giorno approvato in direzione.

Soddisfatto il vicesegretario democratico Lorenzo Guerini, per il quale si tratta di “una risposta a chi ci voleva divisi“, anche se non ha escluso che il governo possa mettere la fiducia sul testo che sarà approvato dalla commissione lavoro della Camera in base all’accordo raggiunto nel Pd. Il presidente del partito Matteo Orfini ha invece parlato di un “accordo larghissimo” il cui “punto politico è l’articolo 18″. In mattinata, invece, Stefano Fassina, esponente della minoranza del Pd, intervenendo alla trasmissione Agorà su Rai3, aveva minacciato: “Non voterò la fiducia su una delega in bianco. Noi non vogliamo rallentare le riforme, però vogliamo migliorarle”, e aveva spiegato che porre una “fiducia in bianco” sarebbe stata “una forzatura“.

Taddei, invece, aveva confermato quanto il premier Matteo Renzi aveva lasciato intendere in direzione Pd, cioè che vi era la possibilità di mettere la fiducia sul Jobs Act, anche se rimaneva comunque l’ipotesi alternativa di “garantire l’entrata in vigore dal primo gennaio anche con modifiche da verificare“. La nuova mediazione raggiunta sul Jobs Act ha però fatto insorgere il Nuovo Centrodestra, con il capogruppo al Senato Maurizio Sacconi che ha minacciato: “Se il testo è quello descritto dalle agenzie non è accettabile. Ribadisco urgente riunione di maggioranza. Altrimenti si rompe coalizione. Il Pd non ha ancora la maggioranza assoluta nelle due Camere, nelle quali peraltro non è ancora stato superato il sistema paritario”. La capogruppo alla Camera Nunzia De Girolamo ha invece scritto su Twitter: “Il Jobs Act è troppo importante: calendarizzare subito! Ma spieghiamo a Speranza che il Parlamento non è il luogo di ratifica della direzione Pd“.

In serata è intervenuto sull’argomento anche Renzi, dichiarando da Bucarest: “La partita è chiusa, il Parlamento voterà nelle prossime ore e dal 1 gennaio avremo chiarezza sulle regole del mercato del lavoro, minori costi per gli imprenditori, più soldi in busta paga per i lavoratori, una riduzione delle forme contrattuali. Non si tolgono diritti ma si riducono gli alibi”. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi ha invece replicato alla richiesta dell’Ncd dicendo: “Stiamo discutendo con tutti in Parlamento. Non servono nuovi vertici di maggioranza“. La presidente della Camera Laura Boldrini ha proposto di tenere il voto finale sul Jobs Act a Montecitorio entro il 26 novembre, e su tale proposta i deputati voteranno lunedì 17 alle 16. Il governo aveva chiesto in precedenza il voto finale sul testo il 22 novembre.

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