Israele-Hamas, il conflitto mediorientale web 2.0

I recenti contrasti tra Israele e Hamas si sono sviluppati anche sui social network, palesando come il web 2.0 stia prendendo il posto dei media tradizionali.

di Alex Zarfati 28 novembre 2012 14:29

Per essere stato un uomo che probabilmente meritava la fine che ha fatto, il leader di Hamas Ahmad Jabari, passerà alla storia. È stata la prima personalità del terrorismo internazionale ad essere “uccisa da un tweet”.

Certo, tutti sappiamo che ad ucciderlo in realtà è stato un missile dell’aviazione israeliana che gli ha colpito l’auto, ma la sua morte è stata comunicata in tempo reale dal portavoce dell’IDF sul suo account Twitter, e ha causato immediatamente un’ondata di reazioni. La sua fotografia, la lista dei crimini in cui era coinvolto e il timbro con la scritta “ELIMINATO” hanno aperto una nuova era nel modo di gestire la guerra dal punto di vista mediatico. La presenza stessa degli account dell’esercito israeliano su tutti i social network, non solo Facebook e Twitter, ma anche Instagram, YouTube, Tumblr, Flickr e ovviamente il blog dell’IDF, ha inondato per 2 settimane il web di immagini, riassunti condensati in 140 caratteri, infografiche e pillole video che hanno rappresentato in diretta l’avanzamento delle forze armate israeliane spiegando cosa stava facendo l’esercito e come. Lo Stato d’Israele per la prima volta in modo davvero convinto e non sporadico come aveva fatto fino ad ora, si è preoccupato di spiegare al mondo le sue ragioni. E con l’aiuto dei suoi sostenitori ha raggiunto milioni di utenti, ed è riuscito nell’intento. Il cambio di metodologia è avvenuto dopo una presa di coscienza: fino ad oggi era stato impossibile arrivare sui media tradizionali, in gran parte pregiudizialmente ostili ad Israele e con simpatie spiccate per la parte ritenuta “più debole” nel conflitto, con l’effetto che lo stato ebraico si è attrezzato per conto proprio diventando ripetitore attraverso i social media delle stesse notizie che una volta cercava – invano – di distribuire.

La guerra stavolta è stata davvero combattuta su due fronti, sul piano militare – con i straordinari mezzi che conosciamo – e sul web, con un esercito di nerd armati di telefoni e laptop che hanno reso disponibili i video delle roccaforti di Hamas situate in mezzo a scuole e ospedali e hanno realizzato widget per il conteggio delle migliaia di missili Fajr5, Grad e Qassam diretti al sud d’Israele. Anche la precedente campagna militare contro Hamas nel 2008/2009, era stata nominata “the first social media war”, ma mai come in queste ultime settimane l’IDF è sembrata particolarmente preparata nel gestire la battaglia mediatica, cominciata settimane prima per spiegare l’inevitabilità dell’intervento armato a seguito dell’invio incessante di razzi da parte di Hamas.

Il successo di Israele è ancora più evidente se lo confrontiamo al modo rozzo e impacciato con il quale hanno risposto i suoi detrattori. Pur potendo contare su milioni di utenti dell’area mediorientale e di filo-palestinesi di tutto il mondo islamico (con l’eccezione dei paesi in cui la navigazione sul web è oggetto di censura), il materiale prodotto dalla controparte si è servito di immagini strazianti di bambini mutilati, palazzi devastati e madri piangenti nella quasi totalità delle volte presi in prestito da conflitti interni al mondo arabo. In particolare la proaganda filo-hamas ha attinto a piene mani dalle foto del terremoto in Turchia e delle stragi compiute in Siria dall’esercito di Assad, cosa resa ancora più grottesca dall’appoggio che Hezbollah e l’Iran danno proprio alla sanguinosa repressione in atto. Molti dei media tradizionali sono caduti nella trappola, ma sono stati costretti a fare marcia indietro perché pressati dalle richieste di un più rigoroso controllo delle fonti. Inoltre la diffusione dei messaggi prodotti dall’IDF in tempo reale, con statistiche dettagliate, confezionate in modo accattivante, e spesso tradotte già nelle principali lingue, ha permesso di ribattere alle critiche su Israele colpo su colpo, annullando le menzogne diffuse dalla propaganda di Hamas. Certo, non prendiamoci in giro: Hamas e le altre organizzazioni terroristiche negli ultimi anni hanno incrementato parecchio la loro competenza tecnica. Una versione alternativa degli scontri armati, ovviamente più fantasiosa e meno dettagliata, è rintracciabile seguendo l’account Twitter di Hamas, nello stile tronfio della propaganda di regime, in cui si millantano successi militari e il raggiungimento di obiettivi mai conseguiti. In uno di questi tweet, molto interessante, addirittura si rivolge direttamente allo Stato d’israele, suggerendo ai “sionisti” di “tornare a casa”.

Oh, Zionists You have to drag yourselves out of hell, go back home now, go back to Germany,  Poland, Russia, America and anywhere else

Ma Hamas a parte, i gruppi palestinesi che hanno fiancheggiato gli islamisti via internet sono stati numerosi e hanno agito contemporaneamente in ogni parte del globo. Sapendo di poter contare su migliaia di attivisti dalle sinistre europee, su numerosi gruppi terzomondisti e sulla cyber-Jihad, hanno cercato di sfruttare il “vantaggio competitivo” rispetto ad uno Stato che parla di se stesso. E il terreno di internet può essere davvero fertile per reclutare e formare estremisti votati a qualsiasi causa. Quindi mentre i fan di Hamas sono riusciti ad impressionare un buon numero di utenti indecisi e di giornalisti poco inclini al controllo delle fonti, dall’altro lato le truppe di “Anonymous” hanno lanciato un cyber attacco senza precedenti riuscendo ad hackerare l’account Twitter del Primo Ministro e a compromettere un po’ di siti israeliani per un certo lasso di tempo. Ma come nel mondo reale Hamas sparava i missili e l’Iron Dome li intercettava, così è stato anche online. E l’eroe israeliano che è stato definito il vero vincitore di questa guerra – il sistema di difesa missilistico Iron Dome – raccontava la guerra nel “suo” account Twitter e la “sua” pagina Facebook, oltre che essere celebrato in questo “meme”, creato da un fan:

Proprio i “meme” – tormentoni per immagini – sono stati una modalità popolare e adatta a descrivere con sarcasmo ed ironia in modo immediato il conflitto in atto. Per esempio, quando Hamas ha lanciato un missile verso Gerusalemme chi meglio di Willy Wonka ne avrebbe potuto cogliere al volo il controsenso rispetto a quanto affermato in altri momenti:

Centinaia di israeliani hanno provato a dare la loro versione soggettiva del conflitto con una serie di testimonianze live dai rifugi antimissile, facendo per conto di Israele un lavoro di straordinaria importanza strategica. Perché? Calcolando che le persone passano il 22,5% della loro vita sui social network si può dire che il vero campo di battaglia è quello online e la sfida è quella di riuscire ad emergere con la propria versione dei fatti.  E quando Hamas ha portato a compimento quella terribile condanna a morte di palestinesi accusati di collaborazionismo trascinandoli legati alle motociclette per le vie di Gaza in diretta video, ha fatto semplicemente un errore di cattiva gestione delle pubbliche relazioni, puntualmente rilevato con il sarcasmo del web.

Può sembrare curioso che lo Stato d’Israele si sia servito indirettamente di questa dimensione ludica nelle sue strategie comunicative, ma in realtà questa rivoluzione era già cominciata con la “gamification” (ovvero l’utilizzo delle meccaniche e dinamiche dei giochi come livelli, punti e badge) sul blog dell’IDF, che in una fase iniziale ha sollevato parecchie critiche. Ma la gestione disinvolta dei social media è servita ad “innescare” in modo contagioso la comunità più ampia di utenti, che ha comunciato a imitare i modelli aggressivi di partenza e a tradurre ed elaborare in maniera creativa il materiale a disposizione. Nel neonato Progetto Dreyfus ad esempio, portale dedicato alla normalizzazione dell’immagine di Israele nei media, abbiamo contestualizzato le mappe corrispondenti all’area d’impatto dei missili inserendo la provincia di Roma e l’hinterland milanese e segnalato numerose immagini e titoli di giornale scorretti che parlavano di “stragi” e “massacri” pure di fronte all’evidenza opposta. E anche noi come tanti altri gruppi, su Progetto Dreyfus, abbiamo pubblicato le immagini di sostenitori avvolti nelle bandiere con la stella di David, da tutte le città d’Italia, immagini che hanno viaggiato in tempo reale rinfrancando il morale dei soldati e dei cittadini d’Israele, che si sono sentiti meno soli, confortati da un abbraccio virtuale.

Il solco tra i media tradizionali – sempre meno accurati perché obbligati ad una risposta veloce incalzati dalle nuove tecnologie – e il web, si è assottigliato sempre più, facendo guadagnare i social network in credibilità. Per esperienza diretta, il giorno dell’attentato all’autobus, da Tel Aviv il mio socio Beny Raccah sente l’esplosione mentre era in chat con me su Gtalk, e un minuto dopo su Whatsapp Angelo Di Veroli, accorso sul posto, mi passa il video del bus divelto da caricare su Facebook. Il quarto dei nostri partner David Di Tivoli, erano settimane che dal suo account Twitter forniva la sua dissacrante versione del conflitto in corso, battagliando con migliaia di follower.

L’interesse delle parti per la visibilità e il presidio di Facebook e Twitter è palpabile e ormai ritenuto un fronte strategico nella lotta per la conquista dell’opinione pubblica. Difendere le ragioni d’Israele nel confronto militare con Hamas ed Hezbollah con l’aiuto di fatti incontrovertibili, supportati dalle giuste piattaforme che possano far emergere la verità in tempo reale è stato interessante ed utile. Per troppo tempo Israele ha concesso l’opportunità ad altri di parlare in sua vece, lasciando uno spazio sui media tradizionali diventato terreno di conquista per coloro che volevano delegittimarlo. Ma il fascino sinistro della rivoluzione dei social media – e allo stesso tempo la sua grandezza – è che tutti sono coinvolti, anche chi legge, che può considerarsi come un riservista con il dovere di attivarsi nella battaglia per l’affermazione della verità.

[Liberamente tratto da “The Hamas leader who was killed by a Tweet”, di Michael Dickson]

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