Galilea: bruciata una moschea, probabilmente da estremisti ebrei

di Vincenzo Avagnale 4 ottobre 2011 11:43

Nella scorsa notte si sono verificati scontri fra la polizia e gli abitanti del piccolo villaggio beduino di Tuba Zanghariyya, nel nord d’Israele, dove degli estremisti ebrei hanno bruciato una moschea con i testi sacri in essi contenuti.

Il terrorismo islamico è un fantoccio che appare sempre e comunque in medio oriente per spiegare tutte le problematiche legate alle popolazioni arabe; tuttavia spesso non si ragiona sul fatto che estremisti esistono in entrambe le fazioni e se non colpiscono con la stessa frequenza è anche per la differenza di forze fra i contendenti. Israele si è sempre dimostrata, fin dalla sua nascita, una nazione forte, militarmente preparata a rispondere agli attacchi e quindi senza necessità di gruppi fai-da-te di terroristi assetati di giustizia; gli stati islamici, divisi, economicamente depressi e militarmente arretrati sono invece diventati terreno fertile per le organizzazioni come Hamas o al-Qua’ida.

Recentemente però l’equilibrio delle parti sta cambiando, non per l’indebolimento di Israele, quanto per il rafforzamento degli stati arabi. Ad esempio Abu Mazen ha ormai formalizzato la richiesta di riconoscimento dello stato Palestinese al Consiglio di Sicurezza dell’Onu (sebbene osteggiato dagli Stati Uniti e dallo stesso Israele). Questo, unito al drastico calo degli attentati, per via del controverso recinto paragonato da molti al muro di Berlino, ed alle pressioni crescenti della diplomazia internazionale perchè Israele ritiri i propri coloni dagli insediamenti arabi esterni ha fatto fiorire l’estremismo anche nello stato ebraico.

Stato che in realtà è multiculturale e multireligioso, infatti sebbene in minoranza ci sono gruppi rilevanti di cristiani e musulmani nel paese con una loro rappresentanza in parlamento. Il motivo dell’attentato alla moschea è dunque banale, una vendetta per la morte di un colono e di suo figlio (risalente a parecchi anni fa’) durante una intifada di protesta per l’avanzamento delle colonie ebraiche nei territori della Cisgiordania.

Micky Rosenfeld, portavoce della polizia israeliana, ha dichiarato che gli agenti hanno respinto i manifestanti e che nessuno è rimasto ferito. La polizia inoltre sta rafforzando la propria presenza in tutto il nord del paese per evitare disordini in occasione della ricorrenza ebraica dello Yom Kippur. La situazione però starebbe rapidamente migliorando grazie anche alla visita tempestiva del premier israeliano Shimon Peres, che accompagnato da una delegazione di leader religiosi di tutte le fedi presenti nel suo paese è riuscito ad instaurare un dialogo che ha diffuso parole di calma.

Yoram Cohen, capo dello Shin Bet (servizio di sicurezza interno di Israele) ha spiegato che il terrorismo palestinese è ormai sotto controllo grazie alle misure degli ultimi anni ed alla cooperazione dell’Anp, ma adesso si apre un nuovo fronte, forse più difficile da gestire, che parte dall’interno, da chi in questi anni ha taciuto per l’impotenza dei propri avversari, ma che adesso vede minacciati i propri interessi e vuole difenderli anche a danno del suo stesso paese. Per questo non bisogna solo procedere con indagini ed arresti, ma anche con procedimenti legislativi che diano ai magistrati la possibilità ed il dovere di intervenire energicamente contro questi terroristi, che rischiano di minare le basi della società israeliana.

Molti giornali in Israele titolano su questi eventi ed i pareri sono tutti più o meno moderati, sebbene spesso il richiamo ad una ragione di fondo dei terroristi rischi di vanificare tutte le belle parole. “Adesso bisogna solo cercare di venire incontro agli altri e capire che siamo tutti israeliani” ha detto il premier Shimon Peres, “la spirale della violenza non ci permetterà di uscirne, ma abbiamo il dovere di rispettarci fra noi per il bene comune, essere ebrei, musulmani o cristiani non dovrebbe fare alcuna differenza”. Resta quindi solo da sperare che il contenimento del terrorismo ebraico non intralci ulteriormente il processo di pace già fin troppo travagliato di queste regioni.

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