Assicurazioni online, odissea per ottenere un risarcimento

La melina delle compagnie "telefoniche" per ritardare i rimborsi alle vittime

di giannipuglisi 16 maggio 2017 20:42

Uno schianto. La corsa in ospedale e poi la dolorosa scoperta che si resterà invalidi per il resto della vita. Ma non solo. Contemporaneamente al tentativo disperato di ricominciare un’esistenza «normale», agli incubi dell’amputazione subita, alle fatiche della riabilitazione, inizia la battaglia per ottenere il giusto risarcimento. Un percorso che spesso si trasforma in una lunga «guerra di posizione» con le compagnie assicurative, un’arida contrattazione sul «pallottoliere» della disabilità e della sofferenza arrecata a sé e ai propri cari per stabilire il «prezzo» di un arto mancante, di un lutto devastante e incolmabile, di un lavoro ormai impraticabile, dell’assistenza per poter sopravvivere senza una gamba o un braccio. Di fronte alle richieste del «danneggiato», però, molto spesso (se non sempre) le compagnie di assicurazione procrastinano, ritardano le visite mediche, non rispondono. E la cosa accade ancora più di frequente se sono assicurazioni «online» o «telefoniche».

 LE ONLINE

Lo studio «Professional&Partners» di Raffaele Gerbi assiste da anni le vittime di incidenti gravi, come quello accaduto alla giornalista Alda D’Eusanio. Investita da una moto e costretta per le conseguenze della caduta a lasciare il lavoro, aveva ricevuto un’offerta di 60mila euro. Lo studio Gerbi le ha fatto ottenere un milione e 650.000 euro. Il problema con le compagnie online è quello dei contatti, ancora più difficile che con quelle tradizionali. Anche se costano meno a chi le gestisce e a chi le usa, non hanno rapporti diretti con il pubblico e alcune non accettano neanche incontri con chi cura gli interessi del danneggiato di turno. Riuscire a parlare con un responsabile è quasi impossibile. «Ci sono quelle molto serie ed efficienti, come ad esempio la “Linear”, la compagnia telefonica della Unipol, che hanno personale per rapporti diretti e faccia a faccia – spiega Raffale Gerbi – Altre, invece, fanno melina, fissano visite mediche a distanza di mesi l’una dall’altra, inviano offerte (sono obbligate per legge a farlo), ma non congrue. La speranza è che il richiedente, sfiancato dall’attesa e dal bisogno, le accetti definitivamente a «totale tacitazione dei danni subiti». In ogni caso, «ritardano i pagamenti con vari stratagemmi per sborsare i soldi il più tardi possibile».

 IL CASO TIBERI

Due casi «romani» che sta seguendo la «Gerbi Group SpA» in questo periodo sono quelli di Rosa Tiberi e Arcangelo Barone. Tiberi, oggi cinquantenne, due figli di 27 e 25 anni, il 29 agosto del 2015 era in sella al suo motorino quando, al semaforo di un incrocio della Capitale, venne urtata da una Golf. La macchina era assicurata con «CONTE.IT» della britannica Admiral Insurance Company Ltd. «Mi ha colpito sulla parte sinistra del corpo, sono caduta e ho capito che il piede si era staccato dalla gamba – racconta la donna, titolare di un alimentari e di un’edicola – Poi in ospedale hanno completato l’amputazione e hanno accertato l’esistenza di altre gravi lesioni. E ora sono prigioniera di una sedia a rotelle…».

Il 3 settembre parte la prima richiesta dello Studio Gerbi. E inizia anche una «corsa ad ostacoli». Il 18 aprile 2016, dopo numerosi tentativi di parlare con un responsabile per fissare la visita collegiale (cioè dei consulenti della danneggiata e insieme di quelli dell’assicurazione), la compagnia comunica di voler sottoporre a visita medico-legale la donna. Lo stesso giorno arriva un’offerta di 30mila euro, che viene puntualmente rifiutata perché ritenuta non sufficiente. Si arriva quindi alla attesa «collegiale»: siamo al 17 giugno 2016, è passato quasi un anno dall’incidente.

Trascorso un altro mese, la compagnia non formula alcuna offerta risarcitoria, così Gerbi presenta reclamo all’Ivass (Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni) e l’offerta viene fatta quel 17 giugno per un totale di 670mila euro, che in seguito diventeranno 840.000. Una coincidenza? Una fatalità? In ogni caso, anche la cifra può sembrare alta, non tiene conto di tutto il danno biologico, di quello patrimoniale e del costo dell’assistenza personale di 12 ore al giorno. Tutte «voci» riconosciute nel corso della collegiale. «Oltre al fatto che la quantificazione del risarcimento della CONTE.IT non è congrua – sottolinea Gerbi – non siamo riusciti ad aver un incontro di persona per definire la pratica. Alla nostra richiesta, hanno risposto: “non è previsto dalla nostra azienda il ricevimento del pubblico”. Oltre a questo, alle tecniche dilatorie con visite fissate a distanza di tempo l’una dall’altra, la mia assistita è stata sottoposta a una marea di esami invasivi e, secondo me, non necessari, come due scintigrafie».

Come replica la «CONTE.IT»? Parlare via filo con la «telefonica» si rivela un’impresa ardua. Proviamo e riproviamo ripetutamente, per telefono e via mail, ma non c’è nulla da fare. Rimbalzando da un tasto selettivo all’altro e da un numero all’altro, riusciamo alla fine ad avere (dall’operatore dell’Ufficio Sinistri, l’unico che risponde insieme con la «collega» dei Reclami) un indirizzo mail. Prima ci eravamo sorbiti il nastro sui quattro milioni di clienti della compagnia, che – ci rivela sempre la registrazione – è sponsor del campionato di calcio di serie B. Bene. Anzi, male, perché la nostra mail e le nostre ripetute chiamate restano purtroppo senza risposta.

 IL CASO BARONE

Arcangelo Barone, «classe 1955», il 19 settembre 2015 si trova sul suo scooter Majestic all’incrocio fra via Scribonio Curione e via Spurinna, nel quartiere Quadraro. Viene urtato da una Mercedes Classe A. L’auto è assicurata con la «DIRECT-LINE». L’impatto è tremendo. Barone subisce l’amputazione della gamba destra e altre gravissime lesioni (poi verrà sottoposto ad altri due interventi simili, fino a restare col solo moncone). «Per nove lunghi mesi, a causa del dolore, ho pianto notte e giorno», racconterà l’uomo, anche lui costretto su una carrozzina.

Il 12 ottobre 2016 la «Gerbi Group SpA» invia la sua richiesta. Il 17 febbraio 2017 (tre mesi dopo e in seguito a molti tentativi inutili di entrare in contatto con un responsabile) la DIRECT-LINE invita Barone a sottoporsi a visita medico-legale presso un fiduciario della compagnia. Gerbi insiste per la collegiale, che viene eseguita il 28 marzo 2017 (dopo ben 18 mesi) e stabilisce tra l’altro un’inabilità permanente nella misura dell’80% come danno biologico, più quelli relativi all’attività lavorativa e all’assistenza di cui ha bisogno la vittima.

La compagnia riceve la solita richiesta di rimborso formulata in conseguenza della collegiale. Oggi, a distanza di quasi due mesi, per un danno che la Gerbi Group SpA ha valutato in oltre 2,5 milioni di euro, la DIRECT-LINE non ha formulato alcuna offerta risarcitoria, congrua o meno. E, anche in questo caso, come Il Tempo è solito fare, proviamo ripetutamente a contattare l’assicurazione. Impresa ardua: alla nostra e-mail all’ufficio stampa della DIRECT–LINE, infatti, non risponde nessuno e via telefono il risultato è lo stesso. «Il bello è che la DIRECT-LINE usa la pubblicità di un telefonino rosso – spiega ancora Gerbi – Ma quel telefono squilla e basta. Non sente e non raccoglie il dolore delle persone, che avrebbero diritto a incontri personali e non dovrebbero essere abbandonate nel silenzio».

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